Dicono di me…
pubblicato il 20 Giugno 2007 alle 22:39Approfittando del lento e appiccicoso trascorrere di una serata estiva, un padre si ritrova con il figlio su un divano in attea dell’inizio di un’ amichevole di calcio pre-campionato; un comodo pretesto per far entrare in campo il passato e spingere i due a fissarsi reciprocamente negli occhi e raccontarsi.”Pochi istanti dopo il televisore acceso era diventato un camino, un antico braciere che spande ombre illusorie intorno a sé e trasforma i due uomini in padre e figlio. L’uno racconta storie vissute o viste con occhi di volta in volta diversi, l’altro è attento a raccoglierne ogni alito, ogni parola, ora diversa e ora uguale alle alre narrazioni dello stesso evento”.
Domenico Infante riporta, con delicata capacità narrativa, il lettore a quei rumori di vita una Napoli-precisamente siamo a Sant’Antonio ai Monti-in piena seconda guerra mondiale, dove c’ è lo sforzo quotidiano corale di strappare alla morte la speranza di risvegliarsi quanto prima da quel tremendo incubo.E’ bravo Infante a non lasciarsi tentare dall’oleografia, riuscendo a descrivere, senza mai scadere nel bozzetto, la folla di personaggi presenti nel suo racconto, ognuno dei quali ha la funzione di accelerare la sensazione di marcata nostalgia per un modo di vivere decisamente lontano dai frenetici ritmi odierni.Seguendo distrattamente l’andamento della partita, i due telespettatori vengono disturbati dal duplice fischio dell’arbitro che sancisce la fine del primo tempo.
All’inizio della ripresa, il padre cede la parola al figlio, che sciera i propri ricordi, sottolineando gli sconvolgimenti portati dal dopoguerra, quando il crollo di alcune case, causato dal cedimento delle fondamenta per le infiltrazioni d’ acqua, sconvolge la geografia di Sant’ Antonio ai Monti e il destino della della voce narrante, consapevole che s’era chiuso dolorosamente un capitolo della sua esistenza. Il boom economico istiga i più giovani a lasciare quei posti e ad abitarli solo con il rimpianto.
Si arriva così alla conclusione della partita che riporta padre e figlio in quella stanza, unendoli nella comune volontà di non spingersi oltre, almeno per quella sera, a scavare nei ricordi, per non restare completamente intrappolati nel passato.
Giuseppe Roncioni Pulp Libri n°74 Luglio/Agosto 2008
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Il racconto è basato su una finzione: un padre e un figlio che guardano una partita di calcio alla televisione. Benché la partita venga giocata e le immagini scorrano sullo schermo, essi non vedranno quella partita ma entreranno nel lungo racconto degli avvenimenti della famiglia in una Napoli che non esiste più. Leggendo queste pagine a molti torneranno in mente momenti simili vissuti realmente con il proprio padre, entrando a fare parte di una storia che non abbiamo vissuto e che ci appartiene. Come il precedente, si tratta di un libro “piccolo” che la scrittura intensa e figurativa dell’autore induce a leggere con lentezza, per poterne gustare pienamente l’indiscutibile bellezza.
Arcilettore
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Il luogo della mia anima è Sant’Antonio ai Monti. Potrà sembrare strano perché si tratta di una scalinata comoda che da piazza Montesanto sale verso corso Vittorio Emanuele”. È questo l’incipit di “Novanta minuti”, il racconto di Domenico Infante edito da Scrittura e Scritture. L’autore, romano di animo partenopeo, amante della lettura e del buon vino, ha vinto il premio Piccola Editoria di Qualità 2007 e il premio Selezione Desenzano Giovani 2008. Il titolo è ingannevole perchè spinge il lettore a pensare al mondo del pallone. Il libro, invece, è il racconto della propria vita che un padre fa a suo figlio, mentre insieme guardano una partita di calcio estivo seduti sul divano di casa.
La storia si svolge sulla scalinata di Sant’Antonio ai Monti negli anni Quaranta e vede come protagonista la strada con tutti i tipi umani che la popolano e che recitano la loro parte in questo grande teatro che è la città di Napoli. Il racconto inizia con la descrizione del nonno del protagonista che allevava capre e viveva dei prodotti che riusciva a trarre dal latte. La mattina usciva presto di casa e raggiungeva rapidamente la caverna dove teneva gli animali: si trattava di una grossa cavità nella collina del Vomero, semicoperta da frasche e chiusa parzialmente da una palizzata di legno. Con il latte produceva formaggi che consumava a casa oppure vendeva. Molto spesso allungava con acqua il latte che mandava alla latteria gestita dalle figlie, Rafilina e Mariannina, ma a parte quest’unica furbizia era un uomo buono e onesto.
In famiglia, però, comandava la nonna che era una donna alta e magra, dura e decisa, analfabeta capace tuttavia di addizioni e sottrazioni a mente. Il bambino trascorse la sua infanzia sulla scalinata giocando allo strummolo, alla mazza e ‘o piveze, alla liscia. Poi arrivò il tempo della scuola, che finì per odiare a causa di un severissimo maestro, il signor Cervero, il cui nome gli ricordava quello del cane infernale Cerbero.
A stravolgere la vita del bambino giunse un tragico evento: la morte del nonno, al quale era molto legato. Il protagonista crebbe vivendo tante avventure con i suoi amici ma, divenuto adulto, si sposò e dovette abbandonare la scalinata per trasferirsi a Chiaia. “Novanta Minuti” è un racconto lungo diviso in cinque parti. Un libro decisamente apprezzabile per il suo stile semplice e chiaro e per i temi da esso affrontati, quali la guerra e l’emigrazione dei napoletani nel Nord Italia e nel mondo.
Affascinante è la descrizione della collina del Vomero, un tempo verde e rigogliosa. Interessanti sono pure le notizie su antichi mestieri napoletani. Un bel ritratto del tempo che fu.
Dario Reginelli Il Roma 21/6/2008
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Davanti a un moderno focolare (una tv in cui trasmettono una partita di calcio) un padre e un figlio mettono in scena il passato. Il ritratto ingiallito di una città, di luoghi e persone si fa vivo. Suoni, voci e colori cominciano a raccontare. La Napoli di un tempo si fa palcoscenico di ricordi storici e popolari, che ascoltiamo attraverso le voci di personaggi quanto mai reali. La guerra, il fascismo, la storia che cambia e le persone che sono sempre le stesse (così ci insegna il nonno del protagonista). La penna di Domenico Infante ha dato vita a un altro romanzo bello almeno quanto il precedente (”Cronache dal vicolo”, edizioni Scrittura & Scritture) e non era impresa facile. Trasuda dalla sua prosa, fluida e gradevole, il piacere della memoria, l’essenza di un ricordare in cui la verità e una fantasia ancor più vera si mescolano, a creare il vivido quadro di un mondo che attraversa le epoche e le generazioni. Ma la memoria non è mai rimpianto ed emerge dal mondo di un tempo tutto il bene che ancora sopravvive e che ci dà la gioia di andare avanti tra mille difficoltà. I valori della famiglia, dei rapporti umani più semplici, dell’affetto per le persone, i luoghi, le cose sgorgano, al di fuori di ogni “buonismo”, attraverso una voce intrisa di umanità. Il percorso letterario di Domenico Infante continua dunque nel migliore dei modi con questo secondo romanzo e ancora una volta con Scrittura & Scritture, editrice che ha sicuramente riposto in questo autore grandi speranze. Finora mai tradite.
Marco Doti, Librincircolo
Librincircolo
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Napoli è un intrico di vicoli, interconnessi ma anche indipendenti tra loro. In “Cronache dal vicolo”, il vicolo è un mondo e una persona, è una scena che fa da cornice a una vicenda di commovente umanità e un personaggio collettivo che partecipa allo sviluppo degli eventi. Due giovani clandestini si ritrovano soli, affamati e infreddoliti in un vicolo di Napoli ma, a differenza di come accade spesso nella realtà, incontrano qualcuno che tende loro una mano, il vecchio don Saverio, gestore di un bar. La diffidenza della comunità sarà d’ostacolo alla loro nuova, serena vita, ma don Saverio si batterà per loro poiché gli ricordano la sua giovinezza, la fame, gli stenti, e insegnerà alla piccola comunità del vicolo che la parola “straniero” non ha significato alcuno.
La prima opera di Domenico Infante è indubbiamente un racconto pieno di speranza riposta non nell’umanità intera, forse, ma nel potere della fratellanza e della solidarietà al di sopra dell’ostilità e della xenofobia, e l’autore riesce con naturalezza ad accendere nel lettore questa speranza, la fiducia che esistano persone che possono cambiare il mondo con la più semplice e gratuita generosità e con quell’affetto per il prossimo che molti sentono ma troppo pochi esprimono. È un invito per tutti a realizzare nel proprio piccolo qualcosa di enormemente importante.
Alle edizioni Scrittura e Scritture va l’indiscutibile merito di aver scoperto e valorizzato un nuovo scrittore, che emerge con decisione nel panorama editoriale per qualità e per impegno.
Marco Doti
La rivista mensile l’Espresso Napoletano
Italia Pianeta Libro Sito del Ministero per i Beni e le Attività Culturali